Termini Imerese, il rilancio industriale resta sulla carta

venerdì 27 marzo 2026

A rilento la riconversione dell’area ex Fiat; a novembre scade la cassa integrazione. Molti imprenditori pronti a investire ma le zone Asi in liquidazione sono bloccate
di Nino Amadore
 

A Termini Imerese (Palermo) il futuro arriva sempre per annunci. È accaduto nel 2015, quando Blutec ha rilevato lo stabilimento Fiat promettendo una nuova stagione industriale. È accaduto a maggio 2024, quando il ministro Adolfo Urso ha presentato l’imprenditore italo-australiano Ross Pelligra come l’uomo capace di riaccendere l’ex stabilimento Fiat. Oggi, a quasi due anni di distanza, la fabbrica è ancora ferma, gran parte dei 350 lavoratori assunti dalla nuova società sono in cassa integrazione e il rilancio continua soprattutto nei documenti. Sulla carta il progetto esiste e i lavori, almeno in parte, sono partiti. Da marzo 2025 sono state avviate attività preliminari, rilievi, ricostruzione documentale, mappatura degli impianti, organizzazione del personale. In cantiere opera una sessantina di addetti. Ma si resta ancora nella fase preparatoria: pulizia, smantellamento, messa in sicurezza. Il cronoprogramma indicava i lotti 2 e 3 pronti nel primo trimestre del 2026 e una disponibilità parziale del lotto principale non prima del secondo trimestre. In altre parole: la produzione vera è rimasta lontana. Nel frattempo è cambiata anche la governance dell’operazione. Ross Pelligra è sceso al 10% della società, mentre la maggioranza è passata all’imprenditore catanese Gaetano Nicolosi insieme al Consorzio Caec di Comiso. Un passaggio che ha aperto un contenzioso legale ancora in corso e che ha aggiunto ulteriore incertezza a un progetto che avrebbe dovuto attrarre grandi player industriali. Ma di grandi aziende, finora, non se n’è vista neanche una. Il bando da 15 milioni, pensato come leva per richiamare investitori, ha raccolto l’interesse di appena tre piccole imprese locali. Nessun gruppo internazionale. Dentro lo stabilimento qualcosa si muove. Sono in corso smantellamenti, bonifiche, adeguamenti strutturali, rifacimento di reti e impianti. È previsto anche un impianto fotovoltaico da 30 MW, con un investimento stimato attorno ai 20 milioni di euro. I lavori sui lotti 2 e 3, per circa 17.500 metri quadrati complessivi, valgono quasi 5 milioni. L’obiettivo è rendere le aree disponibili per futuri insediamenti produttivi. Ma questi insediamenti non ci sono. Sul tavolo restano oltre 100 milioni pubblici, tra fondi nazionali e regionali, a cui si aggiungono circa 20 milioni che la nuova proprietà sostiene di aver già investito. Gli impegni economici, confermano anche i sindacati, vengono rispettati anche se in ritardo. Ma il nodo non è finanziario. È industriale. Senza aziende che entrano e producono, il sito resta un cantiere. E il tempo stringe: a novembre 2026 scadono i due anni di cassa integrazione in deroga previsti. Se non arriverà una svolta, il problema sociale rischia di riesplodere. Ma sarebbe un errore fermarsi ai cancelli dell’ex Blutec. Perché a Termini Imerese esiste un’altra storia. È quella delle imprese che nell’area industriale ci sono già, producono, danno lavoro. E chiedono una cosa molto più semplice: spazi per crescere, tempi certi, risposte amministrative. E non le ricevono. Nell’area industriale operano i 56 imprenditori aderenti all’associazione presieduta da Nino Russo. Attorno a loro si muove un tessuto produttivo che vale quasi 300 milioni di fatturato aggregato e dà lavoro a circa 1.500 persone. È la parte viva e concreta di Termini Imerese, quella che continua a produrre nonostante vent’anni di crisi, promesse e occasioni mancate. Eppure proprio questo pezzo di sistema industriale, che potrebbe espandersi quasi subito, resta inchiodato. Le richieste di nuovi spazi ci sono, e non sono manifestazioni di interesse vaghe o generiche: fuori dai cancelli dell’ex Blutec c’è un mondo produttivo che sarebbe pronto a investire da subito. Ma non può farlo come vorrebbe. Il motivo è il blocco delle aree ex Asi. Quelle aree, che dovrebbero rappresentare la vera riserva strategica per lo sviluppo industriale della zona, restano sostanzialmente paralizzate. Il Consorzio Asl è in liquidazione e il commissario Michele Cimino continua da tempo a sostenere che la vendita delle aree sarebbe imminente. Ma i fatti raccontano altro: la vendita di terreni e manufatti abbandonati non si è concretizzata, le assegnazioni non partono, le procedure non si chiudono, le imprese restano in attesa. Su questo punto è netto anche il giudizio del presidente di Sicindustria, Luigi Rizzolo: «Abbiamo fatto un lavoro non indifferente per portare a termine la legge regionale di riforma delle Asl che consentisse di vendere le aree nel più breve tempo possibile ma a distanza di un anno la vendita di terreni e manufatti abbandonati non è avvenuta e non si vede nessuna novità all’orizzonte dice -. Se questa regione vuole essere attrattiva per le imprese deve accelerare su questo fronte e mettere le aziende locali nelle condizioni di poter crescere e quelle che vogliono insediarsi lì di poterlo fare a costi e in condizioni sostenibili».
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