Non più periferia, ma polo energetico del continente. Il divario con Spagna e Francia, dove i costi di rete e gli oneri di sistema sono drasticamente inferiori o azzerati, impone una svolta: accumuli strategici, nucleare di nuova generazione e filiere industriali per ribaltare il paradigma della dipendenza
Nel pieno di una nuova fase di tensione sui mercati energetici globali, tra instabilità geopolitica e volatilità strutturale, l’energia è tornata a essere la leva decisiva della politica industriale. Per il sistema-impresa, non è più una mera variabile di costo, ma il fattore che incide sulle scelte di insediamento e sulla capacità competitiva. Mentre la geopolitica ridisegna le rotte, il costo del kilowattora stabilisce chi resta sul mercato e chi è destinato a soccombere.
Il paradosso dei costi: la zavorra di sistema
I dati del primo trimestre 2026 confermano una tendenza che penalizza il nostro manifatturiero. In Italia, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) viaggia intorno ai 150 euro/MWh, ma fermarsi alla commodity sarebbe fuorviante. Il vero nodo non è il prezzo “alla produzione”, ormai difficilmente comprimibile per le rinnovabili, ma la struttura stessa della bolletta. Riprendendo l’allarme già lanciato da Confindustria, il presidente di Sicindustria Luigi Rizzolo mette a nudo un’asimmetria fiscale e di sistema insostenibile: per ogni megawattora, un’azienda italiana paga mediamente 47 euro di oneri di sistema e 35 euro di costi di rete. In Spagna, queste voci scendono rispettivamente a 4 e 7 euro, mentre in Francia gli oneri sono stati azzerati. “Il paradosso – spiega Rizzolo – è che se anche riuscissimo ad azzerare il costo della materia prima, le nostre imprese resterebbero fuori mercato. Partiamo con una zavorra di sistema quasi dieci volte superiore a quella spagnola. È una scelta politica e burocratica che drena investimenti, indipendentemente dall’efficienza dei nostri produttori”.
Infrastrutture e accumuli: la sfida di Porto Empedocle
Per calmierare i prezzi servono visione e capacità di stoccaggio. Il caso del rigassificatore di Porto Empedocle è emblematico: un’opera strategica situata sulla costa agrigentina, nel cuore del Canale di Sicilia. Si tratta di un punto d’approdo naturale, il più vicino possibile alle rotte che trasportano il gas dal Nord Africa e dal Qatar, che dopo vent’anni di stalli si trova oggi in una delicata fase di rilancio tra cantieri riaperti e una pioggia di ricorsi legali. “Puntare con decisione su queste strutture – chiarisce Rizzolo – permetterebbe allo Stato di procedere con accumuli strategici nei momenti in cui il costo della materia prima è ai minimi, creando una riserva capace di stabilizzare il mercato durante i picchi di prezzo. Occorre un’accelerazione che protegga l’investimento dalle incertezze burocratiche, altrimenti la Sicilia resterà un corridoio troppo vulnerabile, anziché il polo energetico di cui il Paese ha bisogno”.
Nucleare e industrializzazione: la nuova frontiera
La strategia per compiere il salto di qualità, cristallizzata da Sicindustria nel Piano Florio, punta a saldare la generazione di energia alla manifattura avanzata. In questo contesto, la sfida tecnologica si chiama nucleare di nuova generazione. Il rapporto Confindustria-ENEA 2025 stima che lo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR) potrebbe attivare un valore aggiunto superiore ai 50 miliardi di euro l’anno e 120mila nuovi posti di lavoro.
Si tratta di un'occasione d'oro per evitare l'errore strategico commesso con il fotovoltaico. In quell'occasione, l’Italia ha stanziato ingenti incentivi pubblici che, invece di alimentare una filiera nazionale, sono finiti per sovvenzionare le industrie di Cina, India e Germania. Abbiamo acquistato tecnologia estera con capitali italiani, perdendo l'opportunità di creare valore e occupazione in casa nostra. “Dobbiamo essere protagonisti della produzione, non solo consumatori paganti”, avverte Rizzolo. La scommessa è quella di creare in Italia e, in particolare, in Sicilia una filiera capace di realizzare la componentistica dei nuovi reattori, trasformando l'Isola da semplice acquirente di pannelli stranieri a produttrice di alta tecnologia nucleare. Solo integrando le rinnovabili con l’atomo e l’utilizzo industriale a chilometro zero si possono strutturare distretti capaci di resistere alle oscillazioni globali.
Una sfida di sovranità nazionale
Questa metamorfosi richiede però di superare il vero ostacolo strutturale del Paese: una burocrazia paralizzante che funge da dazio invisibile sulle imprese. Senza un cambio di passo nelle procedure, la ricchezza energetica della nostra terra è destinata a rimanere una risorsa potenziale che non genera ricchezza reale. "Senza agilità amministrativa, rischiamo di restare un'Isola ricca di vento e sole, ma prigioniera di veti e lungaggini", sottolinea Rizzolo, richiamando la necessità di allineare i tempi della pubblica amministrazione ai cicli rapidi del mercato globale. Tempi autorizzativi lunghi e incertezza normativa sono costi che il sistema produttivo non può sostenere. Per essere l’hub energetico del Mediterraneo servono regole trasparenti e tempi certi: la stessa agilità amministrativa che ha permesso ai nostri competitor europei di correre al doppio della nostra velocità. “La partita siciliana – conclude Rizzolo – non è una questione regionale, ma la condizione per la sicurezza industriale dell’intera nazione. L’appello di Sicindustria è un invito al pragmatismo: considerare l’Isola come l’investimento strategico su cui poggia la futura sovranità industriale italiana. Il futuro dell’Italia passa necessariamente da qui”.


energia sposta il baricentro europeo: la Sicilia e la nuova rotta dello sviluppo